Le nostre foreste tra cent'anni: quali alberi sopravviveranno?
Come appariranno le nostre foreste nel 2135? Quali specie arboree riusciranno a reggere alle trasformazioni climatiche in atto? Un gruppo di ricercatori ha affrontato questa domanda fondamentale, giungendo a una conclusione sorprendente: un albero in particolare si distingue per la sua straordinaria capacità di resistere alle condizioni estreme che ci attendono.
Le foreste sotto la minaccia del cambiamento climatico
L'emergenza climatica è ormai una realtà innegabile, che mette a rischio gli equilibri fondamentali del nostro pianeta. Di fronte a questa sfida epocale, la comunità scientifica lavora senza sosta per individuare strategie concrete in grado di limitare gli effetti del riscaldamento globale.
Il problema, come emerge chiaramente dalla ricerca, è di una complessità straordinaria. Le proiezioni climatiche indicano che, in un futuro non troppo lontano, soltanto un numero ristretto di specie arboree sarà in grado di adattarsi alle nuove condizioni meteorologiche. E tra queste, una sembra essere particolarmente ben attrezzata per affrontare le sfide che si profilano all'orizzonte.
L'albero da piantare per il futuro del pianeta
Johannes Wessely, ricercatore specializzato in modellizzazione climatica presso l'Università di Vienna, ha condotto insieme al suo team uno studio approfondito sulla questione. L'obiettivo era identificare quali specie fossero capaci di sopravvivere in modo duraturo in un determinato territorio, non solo fino al 2100, ma per l'intero arco del loro ciclo vitale.
«Abbiamo voluto verificare quali specie possano sopravvivere in un determinato sito nell'arco della loro vita e del secolo, e non soltanto fino al 2100», ha spiegato lo stesso Wessely. La difficoltà è notevole: i giovani esemplari devono essere in grado di resistere al freddo e al gelo dei prossimi decenni, ma al tempo stesso di fronteggiare le siccità e le ondate di calore previste verso la fine del secolo.
Dopo aver analizzato 69 specie arboree tra le più diffuse in Europa, i ricercatori hanno concluso che soltanto nove di esse sarebbero sufficientemente adattabili a questi sconvolgimenti. Tra queste spicca la farnia — la quercia peduncolata — studiata nel Regno Unito, che appare come una delle più resistenti. Tuttavia, la minaccia che incombe su molte altre specie potrebbe compromettere seriamente gli sforzi di rimboschimento, avverte Wessely.
Un dibattito scientifico ancora aperto
Le conclusioni di questo studio, però, non convincono tutti. Xavier Morin, ricercatore del CNRS in ecologia forestale presso il Centro di Ecologia Funzionale ed Evolutiva di Montpellier e specialista nelle interazioni tra clima e foreste, esprime una posizione più cauta: «Questo studio presuppone una risposta fissa degli alberi, che non tiene conto della variabilità all'interno delle specie né delle loro capacità evolutive».
«Sarebbe più corretto utilizzare proiezioni che incorporino i meccanismi biologici degli alberi e le loro interazioni reciproche. E questi risultati sono in media meno allarmistici», aggiunge il ricercatore.
Morin suggerisce di conservare gli alberi già presenti, anche quando sono in cattive condizioni, poiché proteggono le giovani piante grazie ai nutrienti che rilasciano nel suolo. È inoltre fondamentale mescolare specie diverse tra loro, individuare esemplari geneticamente più resistenti e limitare le piantagioni affinché ogni albero possa disporre di una maggiore quantità d'acqua. Una questione, insomma, ancora tutta da seguire.












